Ma L’attimo fuggente è stato realmente compreso? Ecco il vero significato del film.

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L'Attimo Fuggente

Pensi a film sul mondo della scuola e la mente non può che andare al 1989 e a “L’attimo fuggente”, un’opera che ha segnato le scelte di carriera di milioni di insegnanti ammaliati dalle parole e dall’energia del professore Robin Williams e pronti a fare altrettanto della vita. 

Ma la domanda a cui cercheremo di rispondere in questo articolo è: siamo sicuri che il film sia stato realmente compreso e ponesse davvero Robin Williams/Professor Keating come un assoluto esempio da seguire? 

La risposta è no e vi spieghiamo perché.

Quesiti esistenziali irrisolti 

Dead Poets Society o L'attimo fuggente, raro caso di libera traduzione italiana del titolo ben riuscita, è un’opera centrale nella carriera di Robin Williams, non fosse altro perché mai come qua vi confluiscono le sue due anime, quella comica e quella drammatica.

Ma per capire meglio il film è obbligatorio analizzare anche la figura del regista, Peter Weir, australiano diventato famoso negli anni ‘70 per Picnic ad Hanging Rock ma dietro alla cinepresa anche del famosissimo Truman Show. 

Nei suoi film si presenta un mistero senza scioglierlo, si mettono in gioco fattori naturali o sovrannaturali lasciando sempre dubbi. I suoi film sono sospesi tra ordine naturale e sociale/culturale delle cose. E la partita tra i due contendenti finisce spesso senza vincitore. Basti pensare al Truman Show, dove si ha la sensazione del limite dell’uomo di fronte a qualcosa che va decisamente oltre. Anche se si tratta di uno studio televisivo si tocca con mano la condizione tipica dei film di Weir, quella di universi mai del tutto esplicati. 

E la sensazione della presenza di un mondo sospeso, di qualcosa di incontrollabile o proveniente da un’altra dimensione è sempre presente anche nelle opere di Robin Williams. Per questo vederli lavorare insieme ha prodotto qualcosa destinato a restare nella memoria anche per le domande non risolte.

La poesia come forza inarrestabile

Robin Williams, lo sapete, è una forza della natura, incontrollabile in scena e sullo schermo. Nell’Attimo fuggente Williams fa uso di un’altra forza incontrollabile, quella della cultura e della poesia per lasciare il segno su studenti di un rigidissimo collegio americano (siamo nel 1959). 

Il professor Keating presenta sin da subito la poesia come un qualcosa che non può essere studiato, schematizzato e normalizzato, strappando letteralmente le pagine dei libri di studio. 

Quando Keating propone questa forza inarrestabile agli studenti crea delle complicazioni perché la società ha i suoi limiti, ti resiste e si oppone. Mettere in mano la poesia a questi ragazzi è mettere in mano loro un dispositivo pronto ad esplodere nel sistema moralista in cui sono confinati.

Sarebbe opportuno sapere dove fermarsi e questo in realtà il professore lo sa e lo dimostra in diverse scene del film in cui consiglia la cautela ai suoi studenti. Ma fallisce nel farglielo comprendere con la stessa forza con cui insegna loro a fuggire dagli schemi. 

Questo film, tipico di Peter Weir, si colloca proprio a metà tra ciò che puoi fare (che è immenso) e quello che non puoi fare o che ti conviene non provare a fare, almeno in un determinato momento quando le resistenze sono molto forti e minacciose.

Un’opera mai compresa 

A differenza di quello che fu percepito quando uscì, il film non vuole dire che Keating ha ragione con i suoi metodi, occorre stare attenti. 

Certo, è difficile non abbracciarlo, non commuoversi, non affezionarsi al personaggio ma nello stesso tempo il regista propone pure tutti gli anticorpi alla figura del professore.

Le regole esistono e probabilmente, ci dice il film, sono pure necessarie. 

È chiaro che i cattivi veri sono altri (guardatevi il film per scovarli uno a uno) ma il mondo non è questa illimitata possibilità di essere liberi e alla fine il film concede comprensione alle ragioni di ogni personaggio, anche ai peggiori.

Il film è complesso, non polarizzato. Non è a favore del principio di piacere contro il principio di realtà. 

E pone in essere tutta una serie di contraddizioni per le quali non è più nemmeno una questione di singoli personaggi da seguire come reali ma di singoli meccanismi che si agitano dentro di noi.

Il film resta un capolavoro che si aggancia in maniera sottile a corde molto delicate ed è per questo che è impossibile dimenticarselo. Ma no, purtroppo la sua morale non è: siate come il professor Keating.


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