Prof Galiano: «Quello dell'insegnante non è un lavoro che fai quando non c'è altro»

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Prof Galiano: «Quello dell'insegnante non è un lavoro che fai quando non c'è altro»

Enrico Galiano è uno dei prof più famosi d'Italia nell'ultimo periodo. Seguitissimo sui social, parla spesso di scuola sui media e ha scritto diversi libri, l'ultimo dei quali pubblicato da Garzanti, L'arte di sbagliare alla grande.

Su illibraio.it ha parlato qualche giorno fa di come il mestiere di insegnante debba essere mosso da un reale interesse nella professione, e non essere considerato solo come un lavoro come un altro per portare a casa uno stipendio. Ecco di seguito l'articolo di Enrico Galiano.

Ci si sente un po’ tutti come Forrest Gump davanti alla sua scatola di cioccolatini, ogni volta che nel mondo della scuola accade quella cosa che si chiama riapertura delle graduatorie”: non sai mai quello che ti capita. In tempi di crisi economica, poi, ancora di più.

E così quest’anno ecco che è successa una cosa strana, o meglio: una cosa che è successa fin dalla notte dei tempi, ma che quest’anno si è riproposta con maggiore evidenza:molti che facevano tutto un altro lavoro fino a ieri, oggi sono insegnanti con tanto di cattedra fin alla fine dell’anno. Alcuni perfino di ruolo.

Fra questi, per la legge dei grandi numeri, abbiamo sicuramente persone che hanno sentito, come dire, “la chiamata”: che folgorati sulla via di Damasco da una vocazione insopprimibile hanno mollato tutto e si sono messi a insegnare.

Fra di loro, potenzialmente, ci sono i migliori insegnanti possibili: perché niente è più forte di una grande motivazione, e con quella poi puoi trovare le energie per formare le tue competenze, crescere come maestro o maestra, diventare insomma il professore che tutti vorrebbero.

Bene. Ma gli altri?

Quanti ce ne sono lì in mezzo che hanno scelto questa soluzione perché l’acqua stava salendo oltre il livello della gola?

Scelta che non mi sento di condannare in toto: se hai una famiglia da mantenere e un lavoro appena sparito nel nulla, è ovvio che l’insegnamento diventa improvvisamente un’opzione di salvataggio, se ne hai la possibilità.

E infatti: in queste prime settimane mi è capitato di parlare con docenti neo-immessi che, fino a ieri, facevano tutt’altro. Tutte persone già ben oltre i quaranta. Molti di loro sono insegnanti di sostegno.

Cosa c’è che non va in questa cosa? Tutto, purtroppo.

Non puoi, davvero non puoi fare questo lavoro se non te lo senti dentro. Non può essere un ripiego. Una soluzione di salvataggio. È troppo importante.

Sarebbe come permettere a qualcuno senza formazione alcuna di entrare in sala operatoria. Con la differenza che un chirurgo un male lo cura: un professore lo può provocare.

Non è più possibile, davvero, tollerare questo sistema di reclutamento: è folle che si basi tutto su un punteggio, e che soprattutto il punteggio non tenga in alcun conto fattori decisivi, imprescindibili come la motivazione e l’attitudine.

Un paio di anni fa una mia amica ha rifiutato una cattedra di ruolo in inglese alla primaria perché, pur avendone i titoli, lei non studiava inglese più da vent’anni. Le sembrava ingiusto, e ha avuto il coraggio di dire di no. Certo: lo ha fatto anche perché economicamente poteva permetterselo. E infatti quanti sono quelli che posti di fronte allo stesso dilemma non hanno alternative, e il sistema permette loro di entrare in classe anche se non sanno nulla della propria materia.

Pochi? Tanti?

Se fosse anche solo uno ogni dieci scuole sarebbe troppo, per i danni che può fare. E temo siano molti di più.

È tempo forse che qualcuno lo metta fra i primi punti all’ordine del giorno:non si può più insegnare senza vocazione, competenza e motivazione.

Questo non è un lavoro che fai quando non c’è altro. Lo fai quando non c’è altro che avresti mai voluto mai fare.



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