C’è stato un tempo in cui studiare una lingua straniera era una scelta quasi obbligata. Non per passione, ma per necessità. Serviva per lavorare, per viaggiare, per non restare ai margini di un mondo sempre più interconnesso. Oggi quella necessità sembra essersi attenuata. Non perché il mondo sia diventato più semplice, ma perché qualcuno traduce al posto nostro.
L’intelligenza artificiale ha reso la comprensione linguistica immediata, invisibile, automatica. E questo sta cambiando, in profondità, il modo in cui studenti, famiglie e istituzioni guardano allo studio delle lingue.
La decisione dell’Università di Nottingham di sospendere le iscrizioni ai corsi di laurea in lingue moderne ha acceso un dibattito che va ben oltre i confini del Regno Unito. Non si tratta solo di numeri o di bilanci, ma di un segnale culturale forte.
Quando un’università motiva una scelta formativa parlando di “scarsa sostenibilità” e di prospettive occupazionali deboli, manda un messaggio chiaro: le lingue non sono più percepite come una competenza decisiva. Non quanto lo erano in passato, almeno.
Oggi leggiamo articoli, email, documenti in lingue che non conosciamo davvero. Lo facciamo senza sforzo, senza frustrazione, spesso senza nemmeno accorgerci che stiamo usando una traduzione automatica.
Il risultato è paradossale: non sentiamo più il peso del non sapere.
Se tutto è già comprensibile, se l’ostacolo linguistico viene eliminato prima ancora di essere percepito, perché investire tempo ed energie in uno studio lungo e impegnativo? È una domanda che molti studenti si pongono in silenzio, ben prima di scegliere un percorso universitario.
In questo nuovo scenario, le lingue straniere sembrano aver cambiato ruolo.
Non sono più una competenza “di base” per muoversi nel mondo, ma una scelta consapevole, spesso motivata da interesse personale o culturale.
Il problema è che i sistemi formativi, sempre più orientati alla spendibilità immediata, faticano a difendere ciò che non produce risultati misurabili nel breve periodo. Le lingue non garantiscono carriere lineari, non si traducono facilmente in indicatori di performance, non promettono ritorni economici certi. E diventano, per questo, fragili.
Eppure, ridurre una lingua a uno strumento di traduzione significa perderne il senso più profondo.
Conoscere una lingua vuol dire entrare in un modo diverso di pensare, di raccontare, di interpretare la realtà. Vuol dire cogliere sfumature, ironie, riferimenti culturali che nessun algoritmo restituisce davvero.
La traduzione automatica restituisce il significato, ma non sempre il contesto.
E senza contesto, la comprensione resta superficiale.
Il caso Nottingham non annuncia la fine delle lingue straniere. Racconta qualcosa di più sottile: il loro spostamento ai margini. Da necessità collettiva a patrimonio coltivato da pochi. Da competenza strategica a scelta culturale.
Non è un complotto, né una resa ideologica. È una dinamica di mercato: ciò che sembra non indispensabile viene progressivamente accantonato. Finché la tecnologia funziona, finché traduce per noi, finché riduce lo sforzo, lo studio delle lingue appare rinviabile.
La vera questione, allora, non è se l’intelligenza artificiale renda obsolete le lingue.
La domanda è un’altra: che tipo di formazione vogliamo costruire in un mondo in cui capire è facile, ma comprendere davvero lo è sempre meno?
La risposta non riguarda solo l’università. Riguarda la scuola, le scelte educative, il valore che attribuiamo al sapere che non serve “subito”, ma serve a lungo.
E il futuro delle lingue straniere si gioca proprio lì, in quello spazio sempre più ristretto tra utilità immediata e profondità culturale.